Curare le relazioni

SAGOLE, GOMENE E GHERLINI… LEGAMI!

RIFLESSIONE DI UNA SCOUT SCOLTA PRIMA DELLA PARTENZA

L’uomo, fin dalla sua prima comparsa sulla Terra, ha sempre avuto la necessità di comunicare, di non sentirsi solo, di… CREARE LEGAMI!

Legami cuore

È da questo che nasce la lingua, è per questo che Aristotele definì l’uomo un “animale sociale”. Tutti questi legami, questa rete che si crea tra tutti noi ha delle componenti diverse in base a ciò con cui ci relazioniamo, con cui costruiamo qualcosa.

Il legame che creiamo tra noi persone, con gli amici, i genitori, i fratelli, le sorelle, il fuoco, la classe, la staff… e moltissimi altri ancora!

Mi piace pensare a questi legami come le diverse corde che ci sono su una nave.

Ci sono le sagole, chiamate anche cavi, che sono quelle più sottili, che una tempesta o una semplice pioggia può rompere.

Ci sono i gherlini, più spessi delle sagole, che resistono a una tempesta e che possono portare anche dei carichi, ma bisogna stare attenti a non tendere troppo questa cima.

Poi ci sono le gomene, la cima più robusta e grande, quella che tiene la nave ancorata al porto che può sopportare qualunque cosa e non si spezza…ma non dimentichiamoci, anche lei ha bisogno di manutenzione!

Tutte queste cime sono importanti, tutte ci permettono di essere quello che siamo.

Ci sono quelle che resistono a tutto, che da sagole diventano gomene.

Ci sono quelle che si spezzano anche se erano le più salde.

Ci sono quelle con un sacco di nodi perché anche se si spezzano tanto volte sono quelle di cui non possiamo fare a meno.

Ci sono anche quelle che decidiamo di sciogliere…tutte servono!!

Legami intreccio

Ci sono i legami affettivi che si creano tra noi, le cose e la natura.

Un legame che non dobbiamo sottovalutare e che dobbiamo cercare di tenere ben saldo, perché non c’è niente di dovuto e perché noi sappiamo qual è la bellezza di camminare in mezzo a un bosco, di bere a una fonte e di godere del paesaggio dopo una faticosa camminata!

Coltiviamo questo legame anche con la frenesia di tutti i giorni perché, come ho potuto apprezzare questa estate, non c’è niente di più bello di stendersi in una pineta e vedere le ghiandaie che volano sopra di te!

E per ultimo, ma non meno importante, c’è il legame che abbiamo con noi stesse: non trascuriamoci! Non lasciamo che gli altri ci dicano cosa fare per poi essere infelici! Ascoltiamo quando dobbiamo, ma urliamo anche quando nessuno ci ascolta, quando ci camminano sopra e sembra che non interessi a nessuno! Siamo donne, noi possiamo tutto, ma ricordiamoci comunque di non tirare troppo la nostra cima, che se poi si spezza…

Questi tre tipi di legami sono quelli che ho individuato nella mia vita fino a questo momento, forse ce ne saranno di altri, alcune corde si spezzeranno, altre si creeranno, ma fa tutto parte del grande viaggio della vita.

TRATTO DA “IL PICCOLO PRINCIPE”

“Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare?” “E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…” “Creare dei legami?” “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.[…]Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse.

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COACHING DI COPPIA E RELAZIONI

Coaching di coppia

COACHING DI COPPIA E GESTIONE DELLE RELAZIONI

Imparare a gestire le relazioni intime, facendo ad esempio coaching di coppia, è importante per il nostro benessere.
Quando si intraprende un percorso di crescita personale, qualunque esso sia, vanno messe in conto anche le altre persone. Rinchiuderci come se fossimo degli eremiti e tenere per noi tutto quello di bello che ne potrebbe derivare è una condizione che ci limita.

DA SOLI

Certo, sarebbe molto più semplice elevarsi e trovare un equilibrio con se stessi in solitudine. Se iniziamo a togliere tutto quello che potrebbe turbare la nostra quiete faremmo i conti solo con noi stessi. Immaginiamo di trovare rifugio in un luogo solitario in cui ci siamo solamente noi e togliamo tutte le questioni sociali che ci creano noia con cui abbiamo a che fare tutti i giorni. A quel punto raggiungere quel senso di rilassatezza e benessere che desideriamo tanto diventa molto più abbordabile, senza il problema di gestire le relazioni.

IN COMPAGNIA

Tuttavia dopo poco potremmo iniziare a sentirci SOLI. A parte eccezioni umane per cui la vita eremitica è assolutamente conciliabile con il proprio modo di essere, per molti di noi non è così.
Tendenzialmente siamo esseri sociali, abbiamo bisogno di relazioni, anche se queste relazioni da quelle più intime a quelle più lontane, possono diventare motivo di conflitto interiore.
Ci troviamo frequentemente nell’arco di una giornata a decidere se fare qualcosa che va bene a noi oppure qualcosa che va bene per gli altri. Ogni volta facciamo i nostri calcoli per capire quale sia la soluzione migliore, quella più vantaggiosa; come poter gestire le relazioni.

IL PERCORSO

Scegliere di migliorarsi deve prendere in considerazione anche la nostra capacità di gestire le relazioni, tra cui imparare l’ascolto attivo, e di questo ne siamo tutti consapevoli
La ricerca del benessere coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano e le relazioni sociali ne fanno parte.
Le emozioni che scaturiscono con la nostra comunità di persone vanno seriamente prese in considerazione e poi anche gestite.

IL COACHING

Il metodo del coaching è uno strumento evoluto ed affidabile che consente, se ben guidati, di imparare a gestire le proprie emozioni ed a migliorare le proprie relazioni. Il fine è sempre quello: trovare benessere e migliorare la qualità della propria vita.

 

IL COACHING DI COPPIA

Il coaching consente di lavorare da soli con il proprio life coach oppure in coppia laddove persone mature decidano di migliorare la loro relazione: parliamo in questo caso di Coaching di coppia.
Pensate a tutte quelle persone che decidono di andare a vivere insieme oggi, di creare una coppia. Qual è il loro grado di consapevolezza sulla relazione e la convivenza? Quali dinamiche possibili potrebbero svilupparsi nel tempo?
Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo e la società di oggi ci insegna che è quasi più facile dividersi che unirsi. Tuttavia con il coaching di coppia è possibile approfondire queste tematiche prima o appena iniziata la convivenza; e questa è una grande opportunità. L’opportunità di costruire un rapporto durevole, pieno di benessere e felicità.

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NOI E IL GIUDIZIO

NOI E IL GIUDIZIO

GIUDICARE E ESSERE GIUDICATI

Al di là del significato giuridico di giudizio in cui c’è un giudice, una giuria ed un giudicato, l’accezione che a noi interessa è un’altra. In questo caso parliamo di giudizio legato a ciò che si pensa di una cosa o di una persona, di una valutazione personale in merito a questo aspetto.

Nel Vangelo troviamo la celeberrima frase di Gesù:

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.

Anche se a qualcuno questa frase può sembrare “fastidiosa” il concetto che si può evincere va ben oltre il semplice significato delle parole.

Ok, non interessa il fatto di essere poi giudicati noi da un entità superiore per come avremo giudicato perché non ci crediamo.

Ok vogliamo continuare a giudicare perché ci sentiamo in grado di farlo.

Come la mettiamo poi con i giudizi che diamo a noi?

Nel senso che se siamo abitudinari nel giudicare cose o situazioni più o meno aspramente, molto probabilmente faremo la stessa cosa anche con noi. E’ un po’ come se provassimo a riscrivere la suddetta frase di Gesù in “Non giudicate per non essere giudicati, perché con il giudizio con cui giudicate vi giudicherete…”

QUANDO SI GIUDICA

Ora affrontiamo la questione più delicata del Giudicare: capire quando lo stiamo facendo.

Potrebbe essere talmente una abitudine dire cose su una persona con un’altra che neanche ci facciamo caso. Pensiamo un attimo a quando ci ritroviamo al bar con un amico o amica a prendere un caffè ed iniziamo a parlare di una terza persona: quanto è facile scendere nel giudizio?

Quante volte etichettiamo qualcuno solo per il suo orientamento sessuale, politico o religioso?

Questa situazione ovviamente si verifica non solo quando parliamo “male” di qualcuno con qualcun altro. Molto spesso lo facciamo mentalmente e ci diciamo:

  • Io non sono come quello perché…
  • Io mi sarei comportato in maniera diversa…
  • Io non avrei fatto quell’errore…
  • Quella persona si sta abbuffando: ma si è vista che pancia ha?

E poi lo facciamo anche fisicamente ad esempio rinunciando a parlare con delle persone perché a “pelle” non ci stanno simpatiche. Chissà forse anche perché i giudizi di qualcun altro su quella persona ci hanno in qualche modo influenzato!

LASCIATI E LASCIA STARE

E veniamo pertanto al focus della questione.

Quando giudichiamo in maniera feroce gli altri, altrettanto ferocemente giudicheremo noi nelle nostre azioni, nel nostro parlare e perché no anche nel nostro aspetto fisico.

Saremo senza pietà con noi stessi se lo siamo con gli altri.

Accettare in questo caso è la parola che ci può aiutare:

  • Accettare di non sapere tutto (Socrate diceva “Io so di non sapere”)
  • Accettare che gli altri abbiano orientamenti diversi dai nostri, anzi esserne contenti!
  • Accettare che quello che è vero e utile per me può non esserlo per un altro
  • Accettare di prendere un caffe in compagnia senza farsi grandi sminuendo le altre persone

Accettare, Accettarsi, Accogliere sapendo che quello che è diverso negli altri per noi non ci distrugge ma ci completa.

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SINTONIZZARSI SULL’ASCOLTO

Ascolto attivo 

DUE PAROLE SULL’ASCOLTO ATTIVO

L’ascolto attivo si ha quando oltre ad ascoltare le parole della persona che abbiamo davanti riusciamo a cogliere anche gli altri segnali legati al tono della voce, ai movimenti che compie, alle emozioni che possono scaturire dai suoi occhi… Dunque un insieme di fattori che possono aiutarci a capire meglio ed in maniera più profonda il significato delle parole emesse dal nostro interlocutore.

Pensiamo ad esempio se dovessimo incontrare una persona che parla una lingua a noi sconosciuta: come potremmo capirci?

In questo caso potremmo comprendere il messaggio che ci sta trasmettendo “lo straniero” guardando i suoi gesti, ascoltando il tono della sua voce.

Quante volte ci è capitato di arrabbiarci con qualcuno, di non essere in sintonia, perché c’è stato un errore nella comunicazione? Non ci siamo capiti?

Pensiamo allora ad una di quelle occasioni e chiediamoci che tipo di ascolto avevamo attivato, se stavamo parlando la stessa lingua o se ognuno prendeva due strade comunicative diverse.

Ascolto attivo vuol dire anche essere in sintonia con le altre persone. Al di là di essere più o meno predisposti a questa cosa, l’ascolto attivo, è una capacità che si può migliorare se ci sono tre fattori a disposizione: un metodo, dedicarci un po’ di tempo e naturalmente avere voglia di farlo. Tempo e volontà fanno parte delle nostre scelte, il metodo è invece un qualcosa da acquisire.

Quali saranno i frutti di questo investimento?

  • Risparmi di tempo futuri non quantificabili sulle incomprensioni
  • Maggior serenità
  • Migliori rapporti con le persone, in particolare con quelle che ci stanno accanto
  • AUMENTO DEL PROPRIO BENESSERE

IL METODO

Qual è dunque il metodo per diventare delle persone che utilizzano la modalità di ASCOLTO ATTIVO?

La cosa è molto semplice e si riassume in poche parole: prestare attenzione ai segnali di cui abbiamo già detto (tono della voce, movimenti, guardare negli occhi)

E se non ci riesco?

Come sempre le cose vanno fatte per gradi. Se per anni non abbiamo focalizzato questi aspetti di una persona che ci parla, o non gli abbiamo dato la giusta importanza, è improbabile che con un click diventiamo improvvisamente degli ascoltatori attivi.

Occorre mettere in campo dunque il fattore volontà ed iniziare ad accorgersi che quando una persona ci sta parlando non ci sono solo le parole ma anche gli altri fattori.

Possiamo iniziare ad esempio a notare il tono della voce abbinato alle parole, o accorgerci di un gesto particolare. Con il passare dei giorni questa pratica diventerà sempre più facile e naturale. Se all’inizio tuttavia non riusciamo a capirci molto, forse avremo anche più confusione, NON PREOCCUPIAMOCI!

E’ normale, stiamo imparando un’altra lingua, tra l’altro anche difficile da apprendere, e per questo ci vuole il fattore tempo, un po’ di pazienza e perseveranza.

GUARDARE NEGLI OCCHI

Il fattore “guardare negli occhi” è quello più complicato, poiché dietro si potrebbero celare delle nostre insicurezze, per cui magari proprio non riusciamo ad applicarlo.

In questo caso è necessario intraprendere un percorso personale legato alla consapevolezza di se stessi, alla propria autostima, alla propria autoefficacia. Su questo potrebbe essere necessario ricorrere anche ad un aiuto esterno che sappia guidarci in questo campo particolarmente ostico. Anche qui si tratterà di comprendere un metodo e piano piano applicarlo.

IL FEEDBACK

Una persona che attua la modalità di ascolto attivo, non può prescindere poi dal dare delle informazioni di ritorno a colui che gli parla, i cosiddetti feedback. Si tratta ad esempio di riassumere brevemente all’interlocutore quello che ci sta dicendo “Quindi mi stai dicendo che…”.

Si possono fare anche dei cenni di consenso, purché non siano il classico scuotere la testa su e giù tanto per dare l’impressione che stiamo ascoltando.

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PERDERE L’IDENTITA’

Perdere l'identità

IL PASSAPORTO

Com’è perdere l’identità? Come si sentirebbe una persona che espatria in un Paese se perdesse la sua carta d’identità o il passaporto?

Per non andare troppo lontano pensiamo a tutte le persone che si trovano nel nostro Paese e che non sono italiane. Magari sono qui per lavoro, hanno un permesso di soggiorno… un giorno perdono il loro passaporto, la loro identità. Come si potrebbero sentire? Andare in commissariato, in ambasciata a richiedere i nuovi documenti, sentirsi senza identità; non poter tornare alle proprie origini

UN PARADOSSO

Perdere il passaporto è come perdere l’identità, quella identità che probabilmente sottovalutiamo quando siamo sicuri di averla!  Che paradosso!

Questo paradosso, ce lo portiamo in tasca tutti i giorni, quando non ci soffermiamo mai a renderci conto che abbiamo una identità nostra, tra l’altro unica e irripetibile. E il rischio qual è?

Il rischio poi è che inconsapevolmente diamo risposte, facciamo scelte che vanno contro quello che siamo, contro quella che è la nostra vera identità.

Riflettiamoci un attimo: quante volte ci è capitato di dare una risposta affrettata a qualcuno e poi ce ne siamo pentiti?

Quante volte abbiamo detto un sì, ma volevamo dire un no? …e viceversa

Focalizzate ora l’ultima volta che vi è capitata una situazione del genere: vi siete resi conto di quello che stava succedendo? Vi siete resi conto che andavate contro la vostra vera identità?

IDENTITA’ E VOLONTA’

Qui non si tratta di essere dei bastian contrari, di andare sempre contro tutto e tutti perché la nostra “identità” va contro quello che ci chiedono. Identità e Volontà infatti non sono la stessa cosa.

La prima identifica il nostro essere, è il nostro passaporto, dove ci sono scritte le nostre caratteristiche uniche e irripetibili, quello che siamo: essere speciali.

La volontà invece è fatta di decisioni e scelte, voler fare o non fare qualcosa.

All’interno della società, in mezzo ad altre persone siamo continuamente chiamate a fare queste scelte, a fare anche delle rinunce. Questo non vuol dire perdere tuttavia la propria identità, non essere se stessi; significa invece valutare, considerare sia il nostro essere sia le altre persone. L’identità ci appartiene comunque anche se apparentemente facciamo qualcosa che va contro di essa, l’importante è ricordarsi di averla.

Decidere di fare o non fare qualcosa, dipende anche dalla nostra volontà di rimanere in relazione con gli altri: dire un no consapevoli al posto di un si che ci avrebbe identificato, non vuol dire perdere la propria identità, ma valorizzarla perché abbiamo ben chiaro cosa vogliamo; ed in questo caso abbiamo deciso di volere una relazione!

Dire un no inconsapevole è invece non prendere in considerazione la propria identità, farsi condizionare dalle situazioni e dalle persone senza sapere realmente cosa vorremmo.

Questo sarebbe perdere il passaporto, questo sarebbe perdere l’identità.

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CERCHIAMO SOLUZIONI O PROBLEMI?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

SOLUZIONI O PROBLEMI?

Siamo continuamente alla ricerca di soluzioni ai problemi, cerchiamo il benessere, vogliamo stare bene, essere felici. Puntiamo ogni giorno a questo faro, a questa luce. Ecco che allora andiamo in palestra, facciamo escursioni, partecipiamo ad eventi che vadano in quella direzione, leggiamo libri in merito, ascoltiamo e guardiamo video e canzoni che ci portino buonumore…

Tuttavia viviamo in un grosso paradosso: l’uomo laddove non ha problemi se li crea; tendenzialmente è un cercatore di problemi.

FOCALIZZARE IL PROBLEMA

Pensiamo un attimo alla nostra situazione a quella che viviamo tutti i giorni. Ci capita una tegola in testa, un problema rognoso e ci preoccupiamo in merito, come è umano che sia. In qualche modo piano piano, o velocemente, la questione preoccupante si dipana e ci sentiamo più leggeri; quando le questioni annose si risolvono ci sembra poi che il mondo ci sorrida. Entriamo in quella sorta di benessere di cui dicevamo prima, quella che cerchiamo continuamente. Eppure, non fa in tempo a tramontare il sole sul problema risolto ed ecco che arriva un’altra situazione che ridesta la nostra preoccupazione. L’affermazione che ci viene subito in mente è: Capitano tutte a me! … O altre similari …

Ora prova a pensare a quando ti è capitato l’ultima volta questa situazione. Metti il focus sulle questioni che ti hanno preoccupato.

Era vitale preoccuparsi?

Quali delle tue preoccupazioni erano degne di chiamarsi così?

 

LA SIGNORA GIOVANNA

“La Signora Giovanna, si alza tutte le mattine alle 6,00. La sua prima preoccupazione è quella di dover stendere i panni, quindi di corsa scende in garage svuota la lavatrice apre lo stendino e procede. Mentre appende le magliette bagnate pensa a quello che dovrà dire nella riunione che avrà al lavoro alle 9.00, preoccupata che dovrà scontrarsi con le sue colleghe in merito ad alcuni progetti. Ad un certo punto un altro colpo di preoccupazione: “Cavoli sono le 6,45 devo svegliare i ragazzi, alle 7,30 passa lo scuolabus!” Via, di corsa a dare la sveglia, a preparare le colazioni e le merende. Arriva Marco, il figlio più grande di 10 anni: “Mamma, ti sei dimenticata di comprare il quaderno nuovo a scacchi che ti ho chiesto. Come faccio stamattina?” Altro piccolo colpo al cuore, altro problema….

Potremmo continuare con la storia di tutta la giornata della Signora Giovanna, ma alla fine il focus del problema e che le potenziali preoccupazioni sono sempre in agguato.

Non solo! L’essere umano laddove non ha problemi se li crea.

Di tutte le vicissitudini capitate dalle 6 alle 7 a Giovanna, quali sono i veri problemi?

Quanti sono stati creati dalla mente?

Ognuno di noi ha una sua scala di valutazione in merito, prova a focalizzare la tua!

CERCATORI DI PROBLEMI

La cosa su cui riflettere tuttavia è: se alzandosi alla mattina Giovanna avesse avuto il pensiero fisso di un problema grave, magari legato alla sua salute, credi che l’intensità delle preoccupazioni provate nel breve racconto sarebbe stata la stessa?

O tutto si sarebbe ridimensionato?

Può essere allora che la cosa a cui teniamo più è quella di avere sempre dei problemi in testa?

Può essere che se non li abbiamo li creiamo?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

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LA PROPENSIONE AL PERDONO

la propensione al perdono

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO GLI ALTRI

Avete presente quando siamo in viaggio su una strada principale e la macchina che ci precede si pianta nel mezzo di un incrocio, perché non sa che strada prendere?

Com’è la nostra reazione spontanea?

Che emozioni ci assalgono?

Quali azioni concrete compiamo?

Qual’è la nostra propensione al perdono?

 

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO DI NOI

Ora invece pensiamo di essere in una città che non conosciamo e sbagliamo strada: questa volta siamo noi a piantarci in mezzo ad un incrocio perché non sappiamo dove andare.

Come ci sentiamo?

Abbiamo la cognizione che con la nostra manovra stiamo mettendo in difficoltà gli altri automobilisti?

E’ necessario che qualcuno ci strombazzi e ci mandi a quel paese per capirlo meglio o ne siamo assolutamente consci?

Qual’è la propensione al perdono che vorremmo dagli altri?

Preferiamo i BUUU o gli incoraggiamenti?

 

GRANDI IN UNA TERRA DI NANI

La domanda che sorge spontanea allora è: perché quando qualcuno sbaglia qualcosa spesso abbiamo l’arroganza di riprenderlo e di affossarlo?

Cosa pensiamo di ottenere con tale reazione?

Rispetto?

Fargli capire meglio che ha sbagliato?

Vogliamo la sua pelle strisciante ai nostri piedi e che ci chieda scusa?

Quando capita a noi di sbagliare e già ci sentiamo imbarazzati per questo, se ci urlano contro rimediamo meglio è più velocemente all’errore?

A volte siamo sono poco propensi a perdonare un torto ricevuto, ammesso poi che si tratti di un torto! Prendiamo infatti l’esempio del caso dell’automobilista che sbaglia strada (ma ne esistono miriadi di situazioni simili): siamo sicuri che abbiamo subito un torto?

E di che natura?

In molti casi, con la scusa di aver subito un torto, cogliamo l’occasione per mostrarci forti urlando epiteti a chi è in difficoltà; perché è più facile sentirsi importanti quando gli altri sono annichiliti, è più facile sentirsi un gigante in una terra di nani!

Questo apparentemente ci fa sentire migliori ai nostri occhi e pensiamo che le persone che ci vedono in queste reazioni esplosive, convalidino la nostra tesi di validità.

Siamo sicuri di questo?

O è solo uno stereotipo che ci siamo costruiti?

Mostrarsi aggressivi ci fa veramente apparire migliori agli occhi della gente?

 

IL PERDONO

Se a causa di un errore di qualcuno avessimo subito veramente un torto allora siamo in una situazione diversa. Il nostro essere aggressivi è probabilmente legato ad uno stato di difesa personale ed a seconda dei casi può essere più o meno facile perdonare. Non entro nel merito delle più disparate situazione che possono esservi capitate nella vita, dove la rabbia, il dolore per qualcosa di ingiusto subito hanno il loro decorso.

Il concetto di perdono che affrontiamo qui ha a che fare con uno stile di vita generale, perdonare significa lasciare andare che certe cose abbiano avuto un seguito diverso da quello che volevamo. E’ difficile metterlo in pratica con gli altri, ma aimè molto di più applicarlo su di noi.

Fondamentalmente è quasi impossibile avere un buon rapporto con noi stessi, se non riusciamo a perdonarci, se non riusciamo a lasciare andare certi errori che abbiamo commesso.

Qual’è la nostra propensione al perdono?

Se non perdoniamo gli altri, non riusciremo a perdonare nemmeno noi!

Ecco un brano che viene in nostro aiuto su questo argomento: (Vangelo di Luca cap. 6,37) “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato”.

Se lo leggiamo con l’ottica di raggiungere un benessere personale ecco che non giudicate, non condannate, perdonate può essere legato proprio al ragionamento appena fatto:

  • Se giudichiamo, allora ci giudicheremo
  • Se condanniamo, allora ci condanneremo
  • Se perdoniamo allora ci perdoneremo
Posted by admin in Curare le relazioni

LA GESTIONE DELLA RABBIA

COME GESTIRE LA RABBIA QUANDO VENIAMO AGGREDITI VERBALMENTE?

Ci sono giornate in cui le persone con cui ci relazioniamo sono più imprevedibili di altre; ci sono momenti in cui diciamo: “Non me l’aspettavo” E CI ARRABBIAMO. Si, perché ogni persona è unica e irripetibile e questo rende anche imprevedibile la sua reazione a seguito di una nostra azione o non azione.

ALCUNE SITUAZIONI TIPO

Capita allora che un giorno, mentre andiamo al lavoro all’improvviso ci chiama sul nostro telefono un collega infamandoci: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO

Succede che appena raggiunta la postazione di lavoro sempre su quel cellulare che ci portiamo dietro, come fa un canguro con i figli mettendoli nel marsupio, arrivi un messaggio su whatsapp. Il messaggio è di una persona cara che ci comunica di essere rimasta “dispiaciuta” di qualcosa che abbiamo detto o fatto: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO.

Capita anche che mentre ci siamo presi un’ora di svago incontriamo una persona per strada che conosciamo che non ci saluta: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO

E magari capitano tutte e tre le situazioni nello stesso giorno, roba da infarto, da esplodere DALLA RABBIA!

LE TRE REAZIONI

Dopo situazioni di questo tipo, la prima reazione è quella di mandare a fanculo tutti quanti, la seconda quella di dirsi non ne voglio sapere più di quella persona, e la terza?

La terza è quella più importante: scegliere di capire il motivo partendo dal presupposto che abbiamo una visione parziale del perché. Infatti non conosceremo mai a 360° tutte le situazioni che stanno vivendo gli altri, nemmeno se sono persone che ci sono molto vicine.

CAPIRE LE SITUAZIONI

Può ad esempio un uomo, per quanto si impegni, capire cosa succede a livello ormonale ad una donna durante il pre-ciclo mestruale?

Può una donna comprendere fino in fondo cosa accade a livello mentale ad un uomo che non si sente realizzato ad esempio sul lavoro?

E questi sono esempi banali, basati solo sulla diversità di sesso, ma che già ci fanno riflettere sulla differenza di visione e di aspettative che possono avere le persone.

Se poi incrociamo la situazione sociale, lavorativa, famigliare, economica e fisica di ogni persona le cose si complicano. Capiamo bene come sia complesso e come sia impossibile avere subito tutto chiaro appena veniamo “aggrediti”.

LA CRESCITA PERSONALE

Scegliere di capire il motivo di una azione o reazione fa parte di una crescita personale e aiuta la gestione della rabbia, una rabbia ancora più grande perché di primo acchito ci sentiamo accusati ingiustamente.

Indagare seriamente sul perché il collega mi ha infamato al telefono, può aiutarcm a vivere meglio la reazione e la conseguente incavolatura. Se ad esempio scopriamo che il collega ha appena avuto una lettera di richiamo dal datore di lavoro a causa di una segnalazione fatta da altri in cui compare il nostro nome e di cui siamo inconsapevoli cosa penseremmo? Magari capiamo un po’ meglio il perché, poi possiamo sempre decidere di non parlargli per due mesi, ma almeno lo facciamo come scelta e non come reazione istintiva e rabbiosa.

Quando ci arriva un messaggio su whatsapp pesante e accusatorio da parte di una persona a cui teniamo particolarmente potrebbe esserci il mondo dietro questo. Indagando potremmo scoprire ad esempio che quello che le abbiamo detto il giorno prima l’ha turbata molto. Le ha fatto pensare semmai a qualcosa che ha già vissuto e che l’ha fatta sentire male. Come si sentiremmo allora? Magari decidiamo che sta sbagliando comunque, ma almeno abbiamo cercato di capirla e perdonarla sarà più facile.

Se incontrando una persona che conosciamo non ci rivolge lo sguardo, prima di inalberarci su pensieri rabbiosi potremmo scoprire tante cose. Potrebbe ad esempio essera talmente assorta nei suoi pensieri che neanche ci ha visti: come vivremmo allora il non saluto?

L’incavolatura, lo sfogo di rabbia quando veniamo accusati “ingiustamente”, è una reazione naturale e spontanea e ci sta quasi sempre.

Quello che possiamo scegliere però è la sua durata: e capire il perché può essere determinante!

Perchè il tempo scorre…e quello che è stato non torna

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