PERDERE L’IDENTITA’

Perdere l'identità

IL PASSAPORTO

Com’è perdere l’identità? Come si sentirebbe una persona che espatria in un Paese se perdesse la sua carta d’identità o il passaporto?

Per non andare troppo lontano pensiamo a tutte le persone che si trovano nel nostro Paese e che non sono italiane. Magari sono qui per lavoro, hanno un permesso di soggiorno… un giorno perdono il loro passaporto, la loro identità. Come si potrebbero sentire? Andare in commissariato, in ambasciata a richiedere i nuovi documenti, sentirsi senza identità; non poter tornare alle proprie origini

UN PARADOSSO

Perdere il passaporto è come perdere l’identità, quella identità che probabilmente sottovalutiamo quando siamo sicuri di averla!  Che paradosso!

Questo paradosso, ce lo portiamo in tasca tutti i giorni, quando non ci soffermiamo mai a renderci conto che abbiamo una identità nostra, tra l’altro unica e irripetibile. E il rischio qual è?

Il rischio poi è che inconsapevolmente diamo risposte, facciamo scelte che vanno contro quello che siamo, contro quella che è la nostra vera identità.

Riflettiamoci un attimo: quante volte ci è capitato di dare una risposta affrettata a qualcuno e poi ce ne siamo pentiti?

Quante volte abbiamo detto un sì, ma volevamo dire un no? …e viceversa

Focalizzate ora l’ultima volta che vi è capitata una situazione del genere: vi siete resi conto di quello che stava succedendo? Vi siete resi conto che andavate contro la vostra vera identità?

IDENTITA’ E VOLONTA’

Qui non si tratta di essere dei bastian contrari, di andare sempre contro tutto e tutti perché la nostra “identità” va contro quello che ci chiedono. Identità e Volontà infatti non sono la stessa cosa.

La prima identifica il nostro essere, è il nostro passaporto, dove ci sono scritte le nostre caratteristiche uniche e irripetibili, quello che siamo: essere speciali.

La volontà invece è fatta di decisioni e scelte, voler fare o non fare qualcosa.

All’interno della società, in mezzo ad altre persone siamo continuamente chiamate a fare queste scelte, a fare anche delle rinunce. Questo non vuol dire perdere tuttavia la propria identità, non essere se stessi; significa invece valutare, considerare sia il nostro essere sia le altre persone. L’identità ci appartiene comunque anche se apparentemente facciamo qualcosa che va contro di essa, l’importante è ricordarsi di averla.

Decidere di fare o non fare qualcosa, dipende anche dalla nostra volontà di rimanere in relazione con gli altri: dire un no consapevoli al posto di un si che ci avrebbe identificato, non vuol dire perdere la propria identità, ma valorizzarla perché abbiamo ben chiaro cosa vogliamo; ed in questo caso abbiamo deciso di volere una relazione!

Dire un no inconsapevole è invece non prendere in considerazione la propria identità, farsi condizionare dalle situazioni e dalle persone senza sapere realmente cosa vorremmo.

Questo sarebbe perdere il passaporto, questo sarebbe perdere l’identità.

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CERCHIAMO SOLUZIONI O PROBLEMI?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

SOLUZIONI O PROBLEMI?

Siamo continuamente alla ricerca di soluzioni ai problemi, cerchiamo il benessere, vogliamo stare bene, essere felici. Puntiamo ogni giorno a questo faro, a questa luce. Ecco che allora andiamo in palestra, facciamo escursioni, partecipiamo ad eventi che vadano in quella direzione, leggiamo libri in merito, ascoltiamo e guardiamo video e canzoni che ci portino buonumore…

Tuttavia viviamo in un grosso paradosso: l’uomo laddove non ha problemi se li crea; tendenzialmente è un cercatore di problemi.

FOCALIZZARE IL PROBLEMA

Pensiamo un attimo alla nostra situazione a quella che viviamo tutti i giorni. Ci capita una tegola in testa, un problema rognoso e ci preoccupiamo in merito, come è umano che sia. In qualche modo piano piano, o velocemente, la questione preoccupante si dipana e ci sentiamo più leggeri; quando le questioni annose si risolvono ci sembra poi che il mondo ci sorrida. Entriamo in quella sorta di benessere di cui dicevamo prima, quella che cerchiamo continuamente. Eppure, non fa in tempo a tramontare il sole sul problema risolto ed ecco che arriva un’altra situazione che ridesta la nostra preoccupazione. L’affermazione che ci viene subito in mente è: Capitano tutte a me! … O altre similari …

Ora prova a pensare a quando ti è capitato l’ultima volta questa situazione. Metti il focus sulle questioni che ti hanno preoccupato.

Era vitale preoccuparsi?

Quali delle tue preoccupazioni erano degne di chiamarsi così?

 

LA SIGNORA GIOVANNA

“La Signora Giovanna, si alza tutte le mattine alle 6,00. La sua prima preoccupazione è quella di dover stendere i panni, quindi di corsa scende in garage svuota la lavatrice apre lo stendino e procede. Mentre appende le magliette bagnate pensa a quello che dovrà dire nella riunione che avrà al lavoro alle 9.00, preoccupata che dovrà scontrarsi con le sue colleghe in merito ad alcuni progetti. Ad un certo punto un altro colpo di preoccupazione: “Cavoli sono le 6,45 devo svegliare i ragazzi, alle 7,30 passa lo scuolabus!” Via, di corsa a dare la sveglia, a preparare le colazioni e le merende. Arriva Marco, il figlio più grande di 10 anni: “Mamma, ti sei dimenticata di comprare il quaderno nuovo a scacchi che ti ho chiesto. Come faccio stamattina?” Altro piccolo colpo al cuore, altro problema….

Potremmo continuare con la storia di tutta la giornata della Signora Giovanna, ma alla fine il focus del problema e che le potenziali preoccupazioni sono sempre in agguato.

Non solo! L’essere umano laddove non ha problemi se li crea.

Di tutte le vicissitudini capitate dalle 6 alle 7 a Giovanna, quali sono i veri problemi?

Quanti sono stati creati dalla mente?

Ognuno di noi ha una sua scala di valutazione in merito, prova a focalizzare la tua!

CERCATORI DI PROBLEMI

La cosa su cui riflettere tuttavia è: se alzandosi alla mattina Giovanna avesse avuto il pensiero fisso di un problema grave, magari legato alla sua salute, credi che l’intensità delle preoccupazioni provate nel breve racconto sarebbe stata la stessa?

O tutto si sarebbe ridimensionato?

Può essere allora che la cosa a cui teniamo più è quella di avere sempre dei problemi in testa?

Può essere che se non li abbiamo li creiamo?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

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LA PROPENSIONE AL PERDONO

la propensione al perdono

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO GLI ALTRI

Avete presente quando siamo in viaggio su una strada principale e la macchina che ci precede si pianta nel mezzo di un incrocio, perché non sa che strada prendere?

Com’è la nostra reazione spontanea?

Che emozioni ci assalgono?

Quali azioni concrete compiamo?

Qual’è la nostra propensione al perdono?

 

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO DI NOI

Ora invece pensiamo di essere in una città che non conosciamo e sbagliamo strada: questa volta siamo noi a piantarci in mezzo ad un incrocio perché non sappiamo dove andare.

Come ci sentiamo?

Abbiamo la cognizione che con la nostra manovra stiamo mettendo in difficoltà gli altri automobilisti?

E’ necessario che qualcuno ci strombazzi e ci mandi a quel paese per capirlo meglio o ne siamo assolutamente consci?

Qual’è la propensione al perdono che vorremmo dagli altri?

Preferiamo i BUUU o gli incoraggiamenti?

 

GRANDI IN UNA TERRA DI NANI

La domanda che sorge spontanea allora è: perché quando qualcuno sbaglia qualcosa spesso abbiamo l’arroganza di riprenderlo e di affossarlo?

Cosa pensiamo di ottenere con tale reazione?

Rispetto?

Fargli capire meglio che ha sbagliato?

Vogliamo la sua pelle strisciante ai nostri piedi e che ci chieda scusa?

Quando capita a noi di sbagliare e già ci sentiamo imbarazzati per questo, se ci urlano contro rimediamo meglio è più velocemente all’errore?

A volte siamo sono poco propensi a perdonare un torto ricevuto, ammesso poi che si tratti di un torto! Prendiamo infatti l’esempio del caso dell’automobilista che sbaglia strada (ma ne esistono miriadi di situazioni simili): siamo sicuri che abbiamo subito un torto?

E di che natura?

In molti casi, con la scusa di aver subito un torto, cogliamo l’occasione per mostrarci forti urlando epiteti a chi è in difficoltà; perché è più facile sentirsi importanti quando gli altri sono annichiliti, è più facile sentirsi un gigante in una terra di nani!

Questo apparentemente ci fa sentire migliori ai nostri occhi e pensiamo che le persone che ci vedono in queste reazioni esplosive, convalidino la nostra tesi di validità.

Siamo sicuri di questo?

O è solo uno stereotipo che ci siamo costruiti?

Mostrarsi aggressivi ci fa veramente apparire migliori agli occhi della gente?

 

IL PERDONO

Se a causa di un errore di qualcuno avessimo subito veramente un torto allora siamo in una situazione diversa. Il nostro essere aggressivi è probabilmente legato ad uno stato di difesa personale ed a seconda dei casi può essere più o meno facile perdonare. Non entro nel merito delle più disparate situazione che possono esservi capitate nella vita, dove la rabbia, il dolore per qualcosa di ingiusto subito hanno il loro decorso.

Il concetto di perdono che affrontiamo qui ha a che fare con uno stile di vita generale, perdonare significa lasciare andare che certe cose abbiano avuto un seguito diverso da quello che volevamo. E’ difficile metterlo in pratica con gli altri, ma aimè molto di più applicarlo su di noi.

Fondamentalmente è quasi impossibile avere un buon rapporto con noi stessi, se non riusciamo a perdonarci, se non riusciamo a lasciare andare certi errori che abbiamo commesso.

Qual’è la nostra propensione al perdono?

Se non perdoniamo gli altri, non riusciremo a perdonare nemmeno noi!

Ecco un brano che viene in nostro aiuto su questo argomento: (Vangelo di Luca cap. 6,37) “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato”.

Se lo leggiamo con l’ottica di raggiungere un benessere personale ecco che non giudicate, non condannate, perdonate può essere legato proprio al ragionamento appena fatto:

  • Se giudichiamo, allora ci giudicheremo
  • Se condanniamo, allora ci condanneremo
  • Se perdoniamo allora ci perdoneremo
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LA GESTIONE DELLA RABBIA

COME GESTIRE LA RABBIA QUANDO VENIAMO AGGREDITI VERBALMENTE?

Ci sono giornate in cui le persone con cui ci relazioniamo sono più imprevedibili di altre; ci sono momenti in cui diciamo: “Non me l’aspettavo” E CI ARRABBIAMO. Si, perché ogni persona è unica e irripetibile e questo rende anche imprevedibile la sua reazione a seguito di una nostra azione o non azione.

ALCUNE SITUAZIONI TIPO

Capita allora che un giorno, mentre andiamo al lavoro all’improvviso ci chiama sul nostro telefono un collega infamandoci: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO

Succede che appena raggiunta la postazione di lavoro sempre su quel cellulare che ci portiamo dietro, come fa un canguro con i figli mettendoli nel marsupio, arrivi un messaggio su whatsapp. Il messaggio è di una persona cara che ci comunica di essere rimasta “dispiaciuta” di qualcosa che abbiamo detto o fatto: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO.

Capita anche che mentre ci siamo presi un’ora di svago incontriamo una persona per strada che conosciamo che non ci saluta: non capiamo il perché E CI ARRABBIAMO

E magari capitano tutte e tre le situazioni nello stesso giorno, roba da infarto, da esplodere DALLA RABBIA!

LE TRE REAZIONI

Dopo situazioni di questo tipo, la prima reazione è quella di mandare a fanculo tutti quanti, la seconda quella di dirsi non ne voglio sapere più di quella persona, e la terza?

La terza è quella più importante: scegliere di capire il motivo partendo dal presupposto che abbiamo una visione parziale del perché. Infatti non conosceremo mai a 360° tutte le situazioni che stanno vivendo gli altri, nemmeno se sono persone che ci sono molto vicine.

CAPIRE LE SITUAZIONI

Può ad esempio un uomo, per quanto si impegni, capire cosa succede a livello ormonale ad una donna durante il pre-ciclo mestruale?

Può una donna comprendere fino in fondo cosa accade a livello mentale ad un uomo che non si sente realizzato ad esempio sul lavoro?

E questi sono esempi banali, basati solo sulla diversità di sesso, ma che già ci fanno riflettere sulla differenza di visione e di aspettative che possono avere le persone.

Se poi incrociamo la situazione sociale, lavorativa, famigliare, economica e fisica di ogni persona le cose si complicano. Capiamo bene come sia complesso e come sia impossibile avere subito tutto chiaro appena veniamo “aggrediti”.

LA CRESCITA PERSONALE

Scegliere di capire il motivo di una azione o reazione fa parte di una crescita personale e aiuta la gestione della rabbia, una rabbia ancora più grande perché di primo acchito ci sentiamo accusati ingiustamente.

Indagare seriamente sul perché il collega mi ha infamato al telefono, può aiutarcm a vivere meglio la reazione e la conseguente incavolatura. Se ad esempio scopriamo che il collega ha appena avuto una lettera di richiamo dal datore di lavoro a causa di una segnalazione fatta da altri in cui compare il nostro nome e di cui siamo inconsapevoli cosa penseremmo? Magari capiamo un po’ meglio il perché, poi possiamo sempre decidere di non parlargli per due mesi, ma almeno lo facciamo come scelta e non come reazione istintiva e rabbiosa.

Quando ci arriva un messaggio su whatsapp pesante e accusatorio da parte di una persona a cui teniamo particolarmente potrebbe esserci il mondo dietro questo. Indagando potremmo scoprire ad esempio che quello che le abbiamo detto il giorno prima l’ha turbata molto. Le ha fatto pensare semmai a qualcosa che ha già vissuto e che l’ha fatta sentire male. Come si sentiremmo allora? Magari decidiamo che sta sbagliando comunque, ma almeno abbiamo cercato di capirla e perdonarla sarà più facile.

Se incontrando una persona che conosciamo non ci rivolge lo sguardo, prima di inalberarci su pensieri rabbiosi potremmo scoprire tante cose. Potrebbe ad esempio essera talmente assorta nei suoi pensieri che neanche ci ha visti: come vivremmo allora il non saluto?

L’incavolatura, lo sfogo di rabbia quando veniamo accusati “ingiustamente”, è una reazione naturale e spontanea e ci sta quasi sempre.

Quello che possiamo scegliere però è la sua durata: e capire il perché può essere determinante!

Perchè il tempo scorre…e quello che è stato non torna

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TORNARE ALLE ORIGINI

Tornare alle origini

Tornare alle origini

PERCHE’ TORNARE ALLE ORIGINI?

Vi siete mai chiesti perché si parla frequentemente di tornare alle origini?

Il concetto base per cui si parla di ritorno alle origini è quello di voler fare un passo indietro rispetto a quello che si ha ora, vedendo in ciò una semplificazione della vita affiancata ad una nostalgia che proviamo dentro.

Cos’è la nostalgia?

La nostalgia si manifesta provando un mix di emozioni tra cui tristezza, rimpianto, ma paradossalmente anche felicità pensando a quello che si provava di buono in una certa situazione passata. Può riguardare persone che non vediamo o frequentiamo più, oppure fatti che accadevano. E detta anche dolore del ritorno, nel senso che ci fa provare dolore perché non riusciamo a ritornare al passato, non riusciamo a ritornare alle origini di quello che è stato per noi un periodo piacevole e felice

Non si può tornare indietro

Sembra una circolo chiuso, poiché ufficialmente non è possibile ritornare indietro nel passato e nemmeno provare quelle situazioni piacevoli di cui proviamo nostalgia. Siete tutti d’accordo?

Ebbene sì, non si può tornare indietro a meno che non si inventi la macchina del tempo, ma che io sappia, nonostante vari tentativi, nessuno c’è ancora riuscito.

E allora?

Come tornare alle origini

Quelli che cercano di tornare alle origini, hanno uno scopo ben preciso, ossia quello di ricreare oggi un ambiente sano in cui, come dicevamo all’inizio, semplificare certi passaggi che nel corso della nostra vita abbiamo complicato. Allora si cerca molto il contatto con la natura e le cose elementari, si cerca di ritrovare uno spirito antico che ci guidi.

Se facciamo un passetto ulteriore, ripensando ad esempio a quelle situazioni del passato di cui proviamo nostalgia, potremmo cogliere delle sfumature che forse ci sono sfuggite. Le domande da porsi pertanto sono:

Cosa realmente accadeva dentro di me quando vivevo quelle situazioni nostalgiche?

Mettevo forse in campo qualità o caratteristiche personali?

Quali?

Cosa mi impedisce di rimetterle in campo oggi?

Tornare alle origini, vuol dire proprio questo: riscoprire quelle particolarità che ci caratterizzano e che ci fanno star bene. Quelle che abbiamo nascosto dentro ad un cassetto ma che pensiamo di non avere più. Eppure fanno parte di noi ancora oggi!

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IO NON SONO COME GLI ALTRI

DOVE STA’ LA DIFFERENZA

Pensate un attimo a questa espressione: “Io non sono come gli altri”, che ovviamente può essere interpretata in due modi diversi: passivo e attivo

IL MODO PASSIVO

La prima, forse la più comune, è quella tipica di un ragazzo che risponde ai genitori quando gli vengono fatti degli appunti tipo: “Vedi che i tuoi compagni di scuola studiano?”, oppure “Guarda i tuoi amici che stanno a sentire i genitori!”.
Certo la cosa può anche essere ribaltata figlio a padre tipo: “Guarda i miei compagni che fanno tardi la sera e a me tocca tornare presto” … e lì la risposta classica dei genitori:

“Non mi interessa, io non sono come gli altri”

In tutte queste situazione e molte altre, c’è una intenzione di non sentirsi come gli altri, di voler prendere un distacco e curare il proprio orticello come sempre si è fatto, rimanere un po’ statici nei propri pensieri e modi di fare.
C’è la voglia di difendersi poiché ci si sente attaccati.

IL MODO ATTIVO

L’altro rovescio della medaglia tuttavia denota un aspetto molto diverso, anche se la frase è sempre la stessa: “Io non sono come gli altri!”.
Parlo di quelle situazioni in cui c’è voglia di cambiare, cambiare le abitudini di vita, con decisione. Cambiare senza paura, diventare leader di se stessi.
Sono quelle situazioni in cui alla frase “Sei sicuro di quello che vuoi fare? Gli altri non ci sono mai riusciti!”
si risponde:
“Io non sono come gli altri!”.

IL PUNTO ESCLAMATIVO

Sì, con il punto esclamativo perché di fronte ad espressioni di persone che apparentemente vogliono il nostro bene, ci consigliano, si corre il rischio di essere smontati dalle proprie scelte!
Allora questa risposta riassume una intenzione ben diversa dalla prima senza punto esclamativo.
Denota la volontà della persona di percorrere una strada nuova, di mettersi in gioco, di voler provare a fare qualcosa che non è banale, di realizzare i propri sogni.
“Io non sono come gli altri!” e non “Io non sono come gli altri”: un semplice punto esclamativo fa nettamente la differenza.

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IL COACH DEI COACH

Molte volte ci guardiamo intorno alla ricerca di qualcosa o qualcuno che possa aiutarci a risolvere una situazione o un problema. Spaesati cerchiamo di agganciarci alla corrente di persone che in quel momento stanno seguendo un moda o un filone. Nel corso degli ultimi anni si è sempre più sviluppata una maniera di vivere ed affrontare la vita che punta all’ottimismo, alla speranza, al ce la posso fare anche io. E’ un bel modo di vedere la vita in maniera più luminosa, senza farsi affossare dalle fatiche quotidiane, ma cercando di reagire in maniera propositiva ed energica. Per far questo a volte occorre affidarsi ad un esperto che conosca bene il metodo e l’approccio giusto: ed è per questo che tra gli altri stanno diffondendosi tanti mental coach.

MA CHI SONO QUESTI MENTAL COACH?
Sono persone che hanno deciso di intraprendere prima un percorso di crescita personale, e poi hanno deciso di mettere a frutto le loro conoscenze ed esperienze per altre persone; si tratta comunque di persone che si sono formate ed hanno delle capacità emotive e di ascolto particolarmente sviluppate.

QUANDO E NATO IL COACHING
La scoperta di questo approccio, tuttavia ha origini molto antiche anche se solo oggi lo si sta riscoprendo come un valido metodo per raggiungere una maggiore consapevolezza di se stessi e muovere all’azione.
Più di 2000 anni fa ad esempio nel IV secolo A.C. Socrate dava vita ad un approccio di ascolto e motivazione a reagire interagendo con le persone che incontrava durante le sue giornate.

CHI E’ IL COACH PIU’ FAMOSO
Tuttavia il più grande coach di tutti i tempi nacque proprio 2000 anni fa, in una umida grotta (o capanna) in mezzo al nulla, a fargli compagnia un bue ed un asinello.
Sto parlando di Gesù, che mentre vagava per i poveri villaggi della Galilea, insieme ai suoi discepoli, ascoltava i problemi della gente, li incoraggiava a superare le loro difficoltà, aveva parole motivazionali per tutti, dando forze e coraggio per affrontare un cambiamento. Sapeva esattamente cosa voleva e dove andare, e come smuovere la folla! Con il suo esempio milioni di persone hanno trovato la forza di superare le loro difficoltà e la troveranno in futuro. Le sue parole hanno riempito di ottimismo e speranza tutto il mondo. Oltre a leggere dunque i migliaia di articoli ed ascoltare i video motivazionali che si trovano in rete, sarebbe bene ogni tanto riaprire le pagine, magari ingiallite e impolverate, ma sempre vive, di quel libro che ancora oggi dopo duemila anni urla quelle parole che hanno fatto crescere e smosso all’azione miriadi di persone.

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…E INTANTO IL TEMPO SE NE VA….

Il tempo scorre, cosa ci rimane?

Vi siete mai chiesti cosa abbiano in comune tutti gli abitanti del globo? Quale sia la cosa che tutte, e dico tutte le persone, hanno a disposizione allo stesso modo? Io, voi, il resto del mondo?

Sappiamo bene che da un punto di vista pratico le differenze sono tantissime, se penso ad esempio cosa ho io in comune con voi che mi state ascoltando, che neanche vi conosco potrei dire non lo so. Sicuramente ognuno di noi, chi ce l’ha, ha una diversa consistenza di denaro in banca, una posizione sociale magari simile ma non uguale. Probabilmente condividiamo il fatto di avere un tetto sotto cui dormire e la possibilità di consumare almeno un pasto caldo al giorno, ma anche questo non è affatto scontato.

Ebbene la cosa più preziosa che abbiamo in comune tutti dal polo nord al polo sud e da est a ovest sono 86400 secondi ogni giorno. Su questo nemmeno la persona più ricca del pianeta può fare qualcosa per aumentarne la quantità e nemmeno quella più raccomandata.

Ci siamo mai fermati a pensare come utilizziamo questa inestimabile risorsa?

Si certo più o meno 7/8 ore di sonno ce le dobbiamo prendere tutti i giorni dunque ci giochiamo diciamo almeno 28800 secondi. Ne rimangono altri 57600 su cui possiamo un po’ ragionare. Tra studio, lavoro e mangiare ci giochiamo comunque altre 10 ore circa e quindi altri 36000 secondi. Al netto, se va bene, rimangono 21600 secondi. Dunque al netto delle tasse, ossia delle cose che siamo costretti a fare per vivere, diciamo che le persone più ricche hanno almeno ancora 21600 secondi.

Li possiamo usare come meglio crediamo, guardando la tv, facendo sport, continuando a dormire o mangiare, facendo straordinari con il lavoro o con lo studio, arrabbiandoci, amando…Li possiamo anche utilizzare per realizzare i nostri desideri più profondi… siamo noi al timone e possiamo decidere come guidare la barca. Sappiamo anche che il giorno successivo, ci verranno riaccreditati sul nostro conto corrente altri 86400 secondi, che tolte le tasse rimangono sempre 21600 sempre per i più ricchi. E così di giorno in giorno, finché avremo fiato. Questo fatto di sapere che il giorno dopo avremo ancora tempo è la cosa più demotivante che possiamo pensare nel perseguire qualsiasi nostro obiettivo o desiderio, sapendo che domani ci sarà ancora tempo siamo stimolati a rimandare, a dire lo farò, da domani mi metto a dieta…

Nulla di male a rimandare a domani quello che oggi non riusciamo o vorremmo fare, finché c’è tempo c’è speranza!

Di solito chi ha più denaro in banca ha più tendenza a scialacquare le proprie risorse, così come chi è più ricco di tempo a disposizione. Sapere che domani avrò ancora 21600 secondi liberi, mi può portare a rilassarmi molto di più rispetto ad uno che, magari costretto a lavorare 12 ore al giorno, sa che se va bene il giorno dopo avrà solo 10000 secondi liberi. E’ anche vero tuttavia, che a volte chi lavora 12 ore al giorno, lo fa più per libera scelta che per costrizione, nel senso che, come dicevano prima, decide di impiegare parte dei suoi 21600 secondi liberi per lavorare.

Tuttavia man mano che i giorni passano, acquisiamo anche un’altra certezza, che il tempo su questa terra non è infinito, e che prima o poi non ci sveglieremo il giorno dopo con gli 86400 secondi da consumare. Ci sarà bastato allora tutto quello su cui abbiamo investito i nostri 86400 gettoni d’oro giornalieri? O avremmo dei rimpianti per cose che avremmo voluto fare ma che non siamo riusciti per mancanza di tempo? Saremmo certi di non aver scialacquato la nostra vera ricchezza con la politica del rimando?

Ogni secondo è prezioso ed anche una sua frazione, proviamo a chiederlo ad un finalista dei 100 metri piani alle olimpiadi che non ha vinto la medaglia d’oro per un millesimo di secondo!!

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DIPENDE DA CHE PUNTO GUARDI LE COSE

Come dice la canzone degli Jarabe de Palo: Dipende, da che punto guardi il mondo, tutto dipende. Guardare le cose da più punti di vista può darci molte soddisfazioni, anche se a volte costa fatica provare ad allargare anche solo di un grado l’angolazione delle nostre vedute.

Una delle cose che ha sempre caratterizzato noi italiani, è il famoso made in Italy, che non è solo un marchio legato alla moda, ma molto di più. Noi abitanti di questa bella penisola abbiamo particolarmente sviluppato nel nostro DNA, leggasi abilità acquisite nel corso della storia, la capacità di creare situazioni e cose particolarmente apprezzate in tutto il globo.

E allora ecco che in un recente passato, parlo degli anni 70-80, una bottega di un fabbro è diventata una azienda metalmeccanica multinazionale, un semplice contadino ha creato un colosso nel campo dell’alimentazione. Senza poi andare a prendere in considerazione anche i famosi miracoli americani, tanto invidiati, vedi ad esempio Steve Jobs e Mark Zuckerberg.

E non possiamo trincerarci dietro la scusa che una volta era più facile…oggi è tutto più complicato.

E’ vero oggi tra tasse, permessi ed obblighi l’asticella della difficoltà è aumentata, ma allo stesso modo sono aumentate anche le nostre competenze e le nostre conoscenze.

Conoscete la storiella dell’Uovo di Colombo? Se non la conoscete andate a leggervela.

E’ proprio di questo che sto parlando, della semplicità con cui a volte potremmo risolvere problemi apparentemente complicati, basta pensarci. E per pensarci cosa bisogna fare? Allargare il nostro orizzonte e guardare le cose da diversi punti di vista… Dipende da che punto guardi il mondo….

Oggi c’è una diffusa preoccupazione per il futuro dei giovani, per quella che definiamo la grave situazione economica, per il lavoro, per l’ambiente, per la saluti, direi molto allarmismo! In tutto questo però non prendiamo in considerazione le capacità e le risorse che hanno dentro le persone ed in particolare le nuove generazioni, che sapranno adattarsi e crearsi un futuro che nemmeno ci immaginiamo. Sicuramente sono più propensi ad avere una visione allargata ed a vedere le cose da più angolazioni.

Uomini e donne dai 20 in su, ricordate che i nostri avi hanno ricostruito molto dopo aver vissuto sulla loro pelle le due guerre mondiali, e sicuramente erano preoccupati per il futuro dei loro figli come noi oggi e forse di più, ma hanno contribuito in maniera fondamentale al benessere che abbiamo oggi.

Noi cosa abbiamo di meno di loro? Forse la vita troppo agiata degli ultimi decenni ci ha privati un po’ di quell’istinto di sopravvivenza, il trovare il frigo sempre pieno ci fa sentire sazi, come se fossimo diventati degli animali domestici che non vanno più in cerca della loro preda, ma quell’istinto è insito dentro di noi basta rispolverarlo un po’.

Ognuno dei nostri avi era un essere unico e speciale, proprio come lo siamo noi!

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