Doriano Diamantini – Sportlife & Business Coach

LO SPECCHIO DELL’ANIMA

LO SPECCHIO DELL'ANIMA

LA NOSTRA FACCIA

Con quale intensità riusciamo a guardarci negli occhi, che sono il nostro specchio dell’anima?

Siamo abituati a vederci allo specchio alla mattina per pettinarci, per truccarci, per farci la barba, per lavarci i denti.
Notiamo i nostri dettagli estetici, quelli più evidenti, quelli che gli altri vedono in noi ad una prima occhiata superficiale.
Alla fine curare una superficie limitata come quella del viso e dei capelli non è così difficile. Basta un po’ di fondo tinta, una rasata, un salto dal parrucchiere e possiamo rendere il nostro aspetto estetico più piacevole per noi e vederci allo specchio più belli. Le persone che incontreremo sicuramente apprezzeranno il nostro aspetto curato. Qualcuno potrebbe anche farci qualche complimento del tipo: “sembri più giovane” o “sei bellissima oggi”! Notare le parole “sembri” e “oggi”, che tendono a relativizzare ad una supposizione “sembri” o ad un arco temporale “oggi” la nostra bellezza. Questo tuttavia tenderà a farci stare bene, almeno “per oggi” che “sembriamo”.
Ma guardarci intensamente negli occhi davanti ad uno specchio è una cosa ben diversa e sicuramente non facile da farsi!

IL NOSTRO CORPO

Se proviamo a visionare il nostro aspetto davanti ad uno specchio per intero tutti nudi, già le cose possono essere un po’ più difficili. La superficie su cui trovare cose che non ci piacciono è maggiore e non sempre possiamo ricorrere ad interventi estetici per rendere più piacevole a noi e agli altri certe parti del nostro corpo. Si può comunque intervenire in qualche modo con degli abiti, con degli indumenti intimi al fine di “mascherare” anche qui, almeno in parte, i nostri difetti. Questo ci renderà più “appetibili” e forse ci sentiremo più interessanti per gli altri. Almeno fintantoché non ci togliamo i vestiti di dosso.
E poi?

LO SPECCHIO DELL’ANIMA

Quando siamo stati creati, la nostra anima, la nostra essenza, è stata chiusa dentro un involucro, il nostro corpo appunto.
Capiamo quindi che il punto centrale del benessere non può essere il nostro aspetto fisico.
Passiamo minuti, ore, giorni, anni a curare i nostri dettagli estetici e questa è una cosa buona, bella e sana. Tuttavia quanto tempo passiamo ad ascoltare ed a curare quello che c’è dentro il nostro corpo? La nostra anima?
E’ vero, è difficile guardarsi in volto ed “entrare” dentro i nostri occhi. E’ complicato penetrarci dentro e guardare oltre l’involucro. La paura di scoprire e vedere quelle cose che non ci piacciono è sempre in allerta ed è molto più intensa che scoprire un difetto fisico.
E’ molto più semplice nascondere un brufolo con del fondotinta piuttosto che sedare un nostro aspetto caratteriale.
Tuttavia le modalità operative non sono le stesse!

LA VERA BELLEZZA

Sì, perché il piccolo difetto visivo in faccia può anche essere nascosto all’occhio umano e semmai sparire poi da solo.
Invece una caratteristica personale che non accettiamo o una sensazione che non ci piace più la nascondiamo più tenderà ad uscire. Più la spingiamo in basso più come una molla tornerà in alto con forza.
Ecco che allora acquisire una consapevolezza su noi stessi, sull’ascolto della nostra parte interiore diventa fondamentale per intraprendere quella strada che tutti cerchiamo: Il benessere.
Accogliere e cullare quello che temiamo di noi, le nostre paure specialmente, è l’anticamera per riuscire a guardarci negli occhi. Avere la forza di penetrare nel nostro specchio dell’anima vuol dire iniziare a piacerci sempre ed in maniera incondizionata, lasciando al tempo che trovano gli “oggi” o i “sembri”.

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AUTOCOACHING

Autocoaching

PROTAGONISTI

L’autocoaching è un percorso chiaro e ben definito che aiuta a diventare protagonista della propria vita.

Durante un viaggio di lavoro ho conosciuto un ingegnere sudamericano, che era fuggito dal suo paese poiché perseguitato.  Minacciato e nonostante costretto a partire lasciando moglie e figli,  cercava di ricostruire la sua vita in un altro posto. La frase eccezionale che ho sentito uscire dalla sua bocca è stata proprio questa: Comunque sono qui e sto bene!

Quante volte ci preoccupiamo di quello che sarà domani nella nostra vita e ci facciamo prendere dagli eventi?

Riusciamo sempre a cogliere alcuni aspetti importanti che ci circondano?

Quante volte non riusciamo a dirci e a dire: Comunque sono qui e sto bene?

La metodologia dell’autocoaching ha come finalità proprio quella raggiungere una consapevolezza profonda e a trasudare da tutti i pori queste parole: Sono qui e sto bene.

IL PERCORSO

Il percorso è molto semplice ed in tempi molto ragionevoli ci aiuta a capirci e amarci.

L’autocoaching prende in esame quattro aspetti che vengono approfonditi e vissuti in maniera esperienziale. Questo consentirà poi il raggiungimento di obiettivi personali più o meno complessi in maniera autonoma.

Un primo aspetto riguarda il raggiungimento di una consapevolezza, quella che ci fa capire chi siamo ora con i nostri difetti e pregi. La consapevolezza ci porta ad accettare e ad accogliere tutto il nostro essere, le luci e quelle che vediamo come ombre. Il tutto senza giudizi e senza ansie.

Un altro step cerca di definire il futuro desiderato: quello che vorremmo realmente, il nostro sogno chiuso nel cassetto. Capire cosa vogliamo veramente e che direzione prendere ci aiuterà tra l’altro a vivere meglio le nostre problematiche quotidiane. Approfondire questo aspetto conduce ad uno stato di rilassatezza ricercato.

Gli altri due aspetti riguardano come affrontare le difficoltà che incontreremo verso il futuro desiderato ed il superamento di condizioni limitanti che ne impediscono il raggiungimento. Senza rendercene conto ci costruiamo già dei muri e delle barriere che preannunciamo i nostri fallimenti. Questi muri a volte non hanno nemmeno ragione di esistere.

L’ALLENAMENTO

I tempi per l’assimilazione della metodologia dell’autocoaching sono relativamente brevi, ma come per ogni attività occorre allenarsi.

Qualsiasi sportivo sa che se vuole raggiungere un certo stato di forma deve allenarsi in maniera costante, altrimenti otterrà un flop.

Così anche nell’autocoaching il 90% è nelle mani di chi vuole raggiugere il risultato, sarà lui con le sue scelte che deciderà se dedicarsi un po’ di tempo e affetto personale e riuscire a dirsi veramente: Sono qui e sto bene!

D’altronde la parola stessa “Autocoaching” significa proprio: Auto allenamento!

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LA FLESSIBILITA’ NELLE AVVERSITA’

Flessibilità

RIGIDO O FLESSIBILE

Flessibilità e rigidità sono due atteggiamenti che scegliamo di avere di fronte alle avversità.

Cosa fa una canna sbattuta dal vento?

Oscilla costantemente senza opporsi alla pressione di un evento più forte di lei. La canna accompagna il vento per alcuni tratti e poi lo lascia andare. La sua flessibilità, questo piegarsi ad un evento troppo pesante per essere gestito solo con la propria forza, le consente di adattarsi agli eventi.

Cosa fa un ramo, o un arbusto sepolto sotto un metro di neve?

Dipende…

Se si pone di forza contro una cosa più forte di lui, mostrando la sua rigidità, molto probabilmente soccomberà e si spezzerà. Se invece quel legno è dotato di flessibilità avrà molte più possibilità di rimanere in vita, e riprendere la sua forma originale o una simile nel momento in cui la neve si scioglierà.

Possiamo trasporre questo atteggiamento della natura di fronte ad eventi imprevisti e poco piacevoli, alla nostra vita di tutti i giorni. Troveremo sicuramente una equivalenza tra le due cose.

NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI

Come gli arbusti, i rami o una semplice canna, anche noi ci troviamo di fronte a situazioni che sono più forti di noi. In questi momenti la prima cosa istintiva che facciamo è quella di affrontare a muso duro questi eventi o persone poco piacevoli per contrastarle. Non sappiamo tuttavia se quello che abbiamo davanti è obiettivamente più o meno forte di noi.

Nel caso in cui siamo nettamente più forti noi e mettiamo ko il nostro evento negativo le cose vanno bene ed aumenteremo anche la nostra percezione di essere persone efficaci e valide.

Ma cosa accade se il “vento” che ci soffia in maniera contraria è forte come noi o addirittura di più? Dopo un primo approccio anche speranzoso di farcela, dobbiamo alzare bandiera bianca e soccombere.

Pensiamo alle tragedie che ci possono capitare: un lutto, la fine di un amore, una malattia, la perdita del posto di lavoro… In questi casi opporsi non ci aiuterà ad uscirne indenne, ma ci succhierà energie e ci sentiremo poi ancora più deboli.

In queste situazioni, per quanto la nostra forza fisica sia altissima, dobbiamo fare i conti anche con la nostra parte emotiva, la quale ad un certo punto potrebbe rischiare di crollare poiché schiacciata dagli eventi.

LA FLESSIBILITA’

La flessibilità, che non significa assolutamente farsi prevaricare od accettare in maniera passiva, è un modo di riconoscere la forza contraria che ci sta sbattendo contro. Mi torna in mente a questo proposito una frase di un celebre film di Roberto Benigni “Ricorda che il cameriere serve tutti, ma non è servo di nessuno”.

In un combattimento l’avversario va sempre rispettato e va riconosciuta la sua potenza, questo a prescindere. Così anche negli avvenimenti negativi che ci accadono è importante rendersi conto e riconoscere quanto sia impattante la persona o l’evento con cui ci stiamo confrontando.

Mostrarsi flessibili, non irrigidendosi e contrastando, vuol dire impegnare meno energie, ammettere di essere vulnerabili. L’obiettivo finale è quello di incassare il colpo per riuscire a sferrarne poi uno più forte, come fa una molla quando viene compressa. Infatti mentre siamo lì piegati, sofferenti e doloranti, come un arbusto o un ramo sotto la neve, accumuliamo energie mentre l’avversario in qualche modo le sta consumando ed appena cala l’intensità della prova ci rialzeremo più in alto di prima.

Questo vale anche e soprattutto per le situazioni emotive negative che viviamo, in questo caso il nostro nemico è quella parte di noi che ci dice che non ce la faremo mai ad uscirne fuori. Lasciamola parlare, prendiamo tempo ed attendiamo gli eventi!

Tuttavia se al posto di essere flessibili ci irrigidiamo eccessivamente, rischiamo di spezzarci ed a quel punto non sarà più possibile rialzarci.

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METTERE A FUOCO

Mettere a fuoco

 

Abbiamo una forte necessità di mettere a fuoco, non un giorno ogni tanto, ma più spesso di quanto crediamo.

Mettere a fuoco, in questo caso, ha il significato di fare il punto della situazione, fermarsi e prendersi in considerazione!

CIO’ CHE CI CIRCONDA

La natura ci insegna per prima, con i suoi ritmi stagionali, che ci sono dei momenti particolari nell’arco dell’anno privilegiati, in cui qualcosa cambia anche se di poco. Pensiamo ad esempio ai giorni relativi agli equinozi ed  ai solstizi i giorni in cui cambiano le stagioni.

Anche le religioni hanno dei momenti privilegiati nel corso dell’anno, in cui la persona può vivere in maniera particolare e focalizzarsi su se stessa. Pensiamo ad esempio alla Pasqua, alla Pentecoste, al Natale, ai giorni di quaresima, a quelli di avvento: sono tutti giorni dedicati ad una ricerca di se stessi e del proprio rapporto con Dio. Lo stesso vale ad esempio per il Ramadam dei mussulmani, e per tutte le festività ebraiche. Gli stessi pagani avevano dei giorni predefiniti nel corso degli anni, per fermarsi, festeggiare e riflettere. Tutte le grandi religioni moderne poi si dedicano un giorno alla settimana per ricentrarsi: il venerdi per i mussulmani, il sabato per gli ebrei, la domenica per i cristiani.

Ognuna ha un suo motivo, ricordare, focalizzare, prendere coscienza, arricchire il proprio rapporto con Dio.

METTERE A FUOCO

Mettere a fuoco, come si fa con il binocolo quando si vuole visualizzare un obiettivo lontano. Mettere a fuoco come fanno le lenti di una macchina fotografica quando vuole immortalare una immagine ben definita. Mettere a fuoco come quando decidiamo di indossare un paio di occhiali perché non focalizziamo bene i dettagli che ci circondano, perché quelli vicini o quelli lontani non ci sono chiari ed appaiono sfuocati.

Per farlo, prendendo spunto dunque dagli insegnamenti della natura o dalle tradizioni degli uomini, religiose e non, è necessario fermarsi e focalizzarsi sul proprio IO.

RELAX E FOCUS

Non basta dire domani è domenica e mi riposo steso sul divano, se poi il lunedì mattina sono più stanco del venerdì precedente. Non basta passare un giorno di relax dedicandoci alla cura dell’appetito e poi il giorno dopo sentirsi triste ed annoiato dalla nostra vita.

Pensate ad esempio se il giorno del proprio compleanno si pensasse solo a festeggiare con gli amici ed i parenti, cosa ci rimarrebbe di quella occasione? Cosa ci avrebbe lasciato l’ennesima ricorrenza del nostro Natale personale?

Fermarsi a riflettere, non tanto sul fatto che siamo un anno più vecchi, ma su quello che siamo oggi. Mettere a fuoco la nostra vita, definire le immagini di quello che ci circonda. Focalizzare le proprie emozioni, significa dare un tono colorato ai nostri giorni, altrimenti rischiamo di vedere solo i toni di grigio.

FOCALIZZARE I COLORI

E così, come il giorno del nostro compleanno, anche tutti gli altri 364 giorni dell’anno: perché ogni giorno accade qualcosa di speciale. Possono essere cose poco piacevoli o molto piacevoli, potranno essere dei colori più scuri o più chiari, ma ogni giorno ci sono pennellate di colore nella nostra vita. Così si realizza ogni giorno il nostro quadro, che certo guardato nella tv in bianco e nero ha solo toni di grigio, ma guardato in una TV a colori in HD assume tutto un altro significato.

Ma per vedere tutti quei colori è necessario mettere a fuoco!

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SINTONIZZARSI SULL’ASCOLTO

Ascolto attivo 

Essere in sintonia con le altre persone passa anche per la capacità che abbiamo di attuare la modalità ascolto attivo. Al di là di essere più o meno predisposti a questa cosa, l’ascolto attivo, è una capacità che si può migliorare se ci sono tre fattori a disposizione: un metodo, dedicarci un po’ di tempo e naturalmente avere voglia di farlo. Tempo e volontà fanno parte delle nostre scelte, il metodo è invece un qualcosa da acquisire.

Quali saranno i frutti di questo investimento?

  • Risparmi di tempo futuri non quantificabili sulle incomprensioni
  • Maggior serenità
  • Migliori rapporti con le persone, in particolare con quelle che ci stanno accanto
  • AUMENTO DEL PROPRIO BENESSERE

DUE PAROLE SULL’ASCOLTO ATTIVO

Cos’è l’ascolto attivo?

L’ascolto attivo si ha quando oltre ad ascoltare le parole della persona che abbiamo davanti riusciamo a cogliere anche gli altri segnali legati al tono della voce, ai movimenti che compie, alle emozioni che possono scaturire dai suoi occhi… Dunque un insieme di fattori che possono aiutarci a capire meglio ed in maniera più profonda il significato delle parole emesse dal nostro interlocutore.

Pensiamo ad esempio se dovessimo incontrare una persona che parla una lingua a noi sconosciuta: come potremmo capirci?

In questo caso potremmo comprendere il messaggio che ci sta trasmettendo “lo straniero” guardando i suoi gesti, ascoltando il tono della sua voce.

Quante volte ci è capitato di arrabbiarci con qualcuno, di non essere in sintonia, perché c’è stato un errore nella comunicazione? Non ci siamo capiti?

Pensiamo allora ad una di quelle occasioni e chiediamoci che tipo di ascolto avevamo attivato, se stavamo parlando la stessa lingua o se ognuno prendeva due strade comunicative diverse.

IL METODO

Qual è dunque il metodo per diventare delle persone che utilizzano la modalità di ASCOLTO ATTIVO?

La cosa è molto semplice e si riassume in poche parole: prestare attenzione ai segnali di cui abbiamo già detto (tono della voce, movimenti, guardare negli occhi)

E se non ci riesco?

Come sempre le cose vanno fatte per gradi. Se per anni non abbiamo focalizzato questi aspetti di una persona che ci parla, o non gli abbiamo dato la giusta importanza, è improbabile che con un click diventiamo improvvisamente degli ascoltatori attivi.

Occorre mettere in campo dunque il fattore volontà ed iniziare ad accorgersi che quando una persona ci sta parlando non ci sono solo le parole ma anche gli altri fattori.

Possiamo iniziare ad esempio a notare il tono della voce abbinato alle parole, o accorgerci di un gesto particolare. Con il passare dei giorni questa pratica diventerà sempre più facile e naturale. Se all’inizio tuttavia non riusciamo a capirci molto, forse avremo anche più confusione, NON PREOCCUPIAMOCI!

E’ normale, stiamo imparando un’altra lingua, tra l’altro anche difficile da apprendere, e per questo ci vuole il fattore tempo, un po’ di pazienza e perseveranza.

GUARDARE NEGLI OCCHI

Il fattore “guardare negli occhi” è quello più complicato, poiché dietro si potrebbero celare delle nostre insicurezze, per cui magari proprio non riusciamo ad applicarlo.

In questo caso è necessario intraprendere un percorso personale legato alla consapevolezza di se stessi, alla propria autostima, alla propria autoefficacia. Su questo potrebbe essere necessario ricorrere anche ad un aiuto esterno che sappia guidarci in questo campo particolarmente ostico. Anche qui si tratterà di comprendere un metodo e piano piano applicarlo.

IL FEEDBACK

Una persona che attua la modalità di ascolto attivo, non può prescindere poi dal dare delle informazioni di ritorno a colui che gli parla, i cosiddetti feedback. Si tratta ad esempio di riassumere brevemente all’interlocutore quello che ci sta dicendo “Quindi mi stai dicendo che…”.

Si possono fare anche dei cenni di consenso, purché non siano il classico scuotere la testa su e giù tanto per dare l’impressione che stiamo ascoltando.

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STRATEGIA DI SUCCESSO

CONTO SU DI ME

Nella scelta di obiettivi e strategie da seguire c’è un importante fattore che può portarci al successo, e questo fattore si chiama: Conto su di me.

Ma, cosa vuol dire Conto su di me?

Perché è un fattore decisivo nel raggiungimento di un successo?

Il SUCCESSO

Anzitutto definiamo la parola successo. Il successo  è molto semplicemente la buona riuscita di qualcosa, un esito favorevole di una nostra semplice intenzione. Per avere successo, per essere una persona di successo, non occorre pertanto fare qualcosa di eclatante o primeggiare su qualcun altro. Per avere successo basta semplicemente raggiungere il più semplice e ovvio dei nostri obiettivi, dei nostri programmi di vita. Ogni successo collaborerà a rafforzare la nostra autostima.

CONTARE SUGLI ALTRI

Detto ciò analizziamo ora come si combina il successo con il Conto su di me. Quando programmiamo di raggiungere un risultato, specialmente quelli che riguardano la vita privata, possiamo scegliere di includere in questo programma anche altre persone.

Esempio: La Sig.ra Clara ha deciso di andare in palestra poiché vuole tonificarsi un po’, avere meno fiatone quando fa le scale per salire al suo appartamento al secondo piano e perdere quei 2 chili che ha messo su lo scorso inverno. Questo è un obiettivo concreto, misurabile ed abbastanza stimolante, pertanto la Sig.ra Clara potrebbe avere già la motivazione giusta per raggiungere il suo successo. Un giorno parlando con l’inquilina del piano primo, scopre che anche lei vuole andare in palestra, per ragioni simili a quelle di Clara.

Perché allora non programmare di andare insieme in palestra? Clara e la sua vicina definiscono la palestra, gli orari ed i corsi da seguire. Iniziano quindi una avventura comune per raggiungere il loro successo e per farlo entrambe contano sulla presenza e la stimolazione dell’altra persona. Tutto bene fino a che dopo due settimana la vicina di casa si rompe un braccio e dovrà stare a riposo per un mese quindi niente palestra.

E Clara che Fa?

CONTO SU DI ME

Clara ha due strade o rinunciare poiché demotivata dalla non presenza della sua vicina oppure continuare.

Quale sarà la sua decisione?

Dipende…

Dipende da come Clara aveva impostato il raggiungimento del suo successo. Se la decisione di andare in palestra era legata principalmente alla presenza di qualcun altro ecco che in questo caso sarà forte la propensione ad abbandonare tutto.

Se la decisione era invece fondata sul Conto su di me, ossia contare sulle proprie forze e semmai cercare un ulteriore incoraggiamento da un terzo (in questo caso la vicina di casa) allora Clara potrebbe continuare nel suo obiettivo e raggiungere il successo.

STRATEGIA DEL SUCCESSO

Una delle ragioni del proprio successo sta proprio qui, nel definire un obiettivo e renderlo raggiungibile puntando al Conto su di me, facendo affidamento su quelle che sono le nostre individualità e capacità.

Poi all’interno del programma per raggiungere il traguardo ci possono stare gli aiuti esterni, definire anche persone che ci possano aiutare nella nostra “impresa”. Tuttavia le altre persone, sia che siano semplici amici o conoscenti, sia che siano persone più a stretto contatto con noi (parenti o amici fidati), hanno già il loro da fare con la loro vita e probabilmente il nostro obiettivo non rientra tra le loro priorità. Questo vuol dire che potrebbero essere fautori del nostro successo, collaborare, essere delle presenze positive, ma se per imprevisti o altre priorità loro non riescono ad essere presenti come pensavamo, cosa succede?

Se non abbiamo applicato il Conto su di me, si apre una strada certa verso il nostro insuccesso!

 

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PULITI DENTRO E BELLI FUORI

PULITI DENTRO E BELLI FUORI

PARTIRE DA DENTRO

Una nota marca d’acqua ha fatto dello slogan “Puliti dentro e belli fuori” una punta di diamante della sua campagna pubblicitaria, andando a colpire le persone laddove hanno una maggiore carenza, la pulizia ed il benessere fisico interiore ed esteriore.

Puliti dentro e belli fuori è anche messo nel giusto ordine: per essere belli fuori, per apparire splendenti e belli è necessario partire da dentro. Ma a parte l’acqua, che può purificarci fisicamente entrando dentro di noi, cosa possiamo fare per pulirci internamente in senso più profondo?

A quale sorgente possiamo attingere?

 

PURIFICARE

La prima cosa per essere puliti dentro e belli fuori è quella di conoscersi, di essere consapevoli di chi siamo. Attenzione la ricerca, la consapevolezza va fatto su quello che siamo realmente, non su quello che pensiamo di noi o gli altri pensano di noi. Dovremmo arrivare a capire la nostra identità, quello che ci caratterizza.

Se dobbiamo pulire una stanza, renderla splendente dobbiamo capire con che tipo di sporco dovremo confrontarci: polvere, macchie di olio, aloni sui vetri… Solo allora potremo scegliere che tipo di prodotti ed attrezzature utilizzare per rendere la stanza bella, profumata e anche luminosa. Eventualmente potremmo anche prendere in considerazione ed accettare che un tappeto rovinato non tornerà nuovo.

Così anche noi dentro abbiamo bisogno di prendere coscienza di cosa riteniamo ci sia di non pulito dentro di noi, cosa non ci piace, cosa potrebbe renderci più belli. Esserne consapevole ci porterà prima di tutto ad accettare quelle macchie, magari anche indelebili che crediamo di avere dentro. Una volta accettate, o parzialmente pulite faranno parte della nostra bellezza esterna perché alla fine anche quello siamo: un neo sul viso può renderci più belli, dipende da noi.

 

LA CONSAPEVOLEZZA

La consapevolezza di chi siamo, è un processo, che se già non raggiunto, richiede un percorso di crescita personale. Occorre imparare prima di tutto ad ascoltarsi, a capire i propri stati d’animo, le proprie emozioni. Questo consentirà di arrivare poi a definire le proprie necessità, i propri obiettivi e raggiungere delle performance che prima nemmeno sognavamo. Se riusciremo ad ascoltarci realmente saremmo anche più predisposti all’ascolto delle altre persone.

E se una persona è consapevole di tutto ciò, è pulita dentro e bella fuori!

I suoi occhi saranno belli e luminosi da vedere, tutte le sue caratteristiche esterne saranno più splendenti. I suoi nei ne esalteranno la bellezza e quando si guarderà allo specchio si piacerà, perché si sentirà pulita dentro, anche con qualche macchia.

Che poi cosa è una macchia se non una sfumatura, un colore diverso dall’ambiente in cui è collocata?

Pensate ai tappeti realizzati a mano che presentano il fenomeno dell’Abrash, una variazione nella tinta: sono la garanzia sulla realizzazione artigianale dell’esemplare!

 

IL CONTAGIO

Le persone che avranno la fortuna di incrociare gli occhi di una persona pulita dentro verranno sicuramente toccate da quella luce, da quella bellezza profonda e penseranno qualcosa tipo: “Che bella persona, dentro e fuori!”

E questa luminosità, questa bellezza esterna potrà pure essere contagiosa, come un cerino che può accenderne altri 10 e questi 10 altri 10 ancora…

 

 

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PERDERE L’IDENTITA’

Perdere l'identità

IL PASSAPORTO

Com’è perdere l’identità? Come si sentirebbe una persona che espatria in un Paese se perdesse la sua carta d’identità o il passaporto?

Per non andare troppo lontano pensiamo a tutte le persone che si trovano nel nostro Paese e che non sono italiane. Magari sono qui per lavoro, hanno un permesso di soggiorno… un giorno perdono il loro passaporto, la loro identità. Come si potrebbero sentire? Andare in commissariato, in ambasciata a richiedere i nuovi documenti, sentirsi senza identità; non poter tornare alle proprie origini

UN PARADOSSO

Perdere il passaporto è come perdere l’identità, quella identità che probabilmente sottovalutiamo quando siamo sicuri di averla!  Che paradosso!

Questo paradosso, ce lo portiamo in tasca tutti i giorni, quando non ci soffermiamo mai a renderci conto che abbiamo una identità nostra, tra l’altro unica e irripetibile. E il rischio qual è?

Il rischio poi è che inconsapevolmente diamo risposte, facciamo scelte che vanno contro quello che siamo, contro quella che è la nostra vera identità.

Riflettiamoci un attimo: quante volte ci è capitato di dare una risposta affrettata a qualcuno e poi ce ne siamo pentiti?

Quante volte abbiamo detto un sì, ma volevamo dire un no? …e viceversa

Focalizzate ora l’ultima volta che vi è capitata una situazione del genere: vi siete resi conto di quello che stava succedendo? Vi siete resi conto che andavate contro la vostra vera identità?

IDENTITA’ E VOLONTA’

Qui non si tratta di essere dei bastian contrari, di andare sempre contro tutto e tutti perché la nostra “identità” va contro quello che ci chiedono. Identità e Volontà infatti non sono la stessa cosa.

La prima identifica il nostro essere, è il nostro passaporto, dove ci sono scritte le nostre caratteristiche uniche e irripetibili, quello che siamo: essere speciali.

La volontà invece è fatta di decisioni e scelte, voler fare o non fare qualcosa.

All’interno della società, in mezzo ad altre persone siamo continuamente chiamate a fare queste scelte, a fare anche delle rinunce. Questo non vuol dire perdere tuttavia la propria identità, non essere se stessi; significa invece valutare, considerare sia il nostro essere sia le altre persone. L’identità ci appartiene comunque anche se apparentemente facciamo qualcosa che va contro di essa, l’importante è ricordarsi di averla.

Decidere di fare o non fare qualcosa, dipende anche dalla nostra volontà di rimanere in relazione con gli altri: dire un no consapevoli al posto di un si che ci avrebbe identificato, non vuol dire perdere la propria identità, ma valorizzarla perché abbiamo ben chiaro cosa vogliamo; ed in questo caso abbiamo deciso di volere una relazione!

Dire un no inconsapevole è invece non prendere in considerazione la propria identità, farsi condizionare dalle situazioni e dalle persone senza sapere realmente cosa vorremmo.

Questo sarebbe perdere il passaporto, questo sarebbe perdere l’identità.

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CERCHIAMO SOLUZIONI O PROBLEMI?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

SOLUZIONI O PROBLEMI?

Siamo continuamente alla ricerca di soluzioni ai problemi, cerchiamo il benessere, vogliamo stare bene, essere felici. Puntiamo ogni giorno a questo faro, a questa luce. Ecco che allora andiamo in palestra, facciamo escursioni, partecipiamo ad eventi che vadano in quella direzione, leggiamo libri in merito, ascoltiamo e guardiamo video e canzoni che ci portino buonumore…

Tuttavia viviamo in un grosso paradosso: l’uomo laddove non ha problemi se li crea; tendenzialmente è un cercatore di problemi.

FOCALIZZARE IL PROBLEMA

Pensiamo un attimo alla nostra situazione a quella che viviamo tutti i giorni. Ci capita una tegola in testa, un problema rognoso e ci preoccupiamo in merito, come è umano che sia. In qualche modo piano piano, o velocemente, la questione preoccupante si dipana e ci sentiamo più leggeri; quando le questioni annose si risolvono ci sembra poi che il mondo ci sorrida. Entriamo in quella sorta di benessere di cui dicevamo prima, quella che cerchiamo continuamente. Eppure, non fa in tempo a tramontare il sole sul problema risolto ed ecco che arriva un’altra situazione che ridesta la nostra preoccupazione. L’affermazione che ci viene subito in mente è: Capitano tutte a me! … O altre similari …

Ora prova a pensare a quando ti è capitato l’ultima volta questa situazione. Metti il focus sulle questioni che ti hanno preoccupato.

Era vitale preoccuparsi?

Quali delle tue preoccupazioni erano degne di chiamarsi così?

 

LA SIGNORA GIOVANNA

“La Signora Giovanna, si alza tutte le mattine alle 6,00. La sua prima preoccupazione è quella di dover stendere i panni, quindi di corsa scende in garage svuota la lavatrice apre lo stendino e procede. Mentre appende le magliette bagnate pensa a quello che dovrà dire nella riunione che avrà al lavoro alle 9.00, preoccupata che dovrà scontrarsi con le sue colleghe in merito ad alcuni progetti. Ad un certo punto un altro colpo di preoccupazione: “Cavoli sono le 6,45 devo svegliare i ragazzi, alle 7,30 passa lo scuolabus!” Via, di corsa a dare la sveglia, a preparare le colazioni e le merende. Arriva Marco, il figlio più grande di 10 anni: “Mamma, ti sei dimenticata di comprare il quaderno nuovo a scacchi che ti ho chiesto. Come faccio stamattina?” Altro piccolo colpo al cuore, altro problema….

Potremmo continuare con la storia di tutta la giornata della Signora Giovanna, ma alla fine il focus del problema e che le potenziali preoccupazioni sono sempre in agguato.

Non solo! L’essere umano laddove non ha problemi se li crea.

Di tutte le vicissitudini capitate dalle 6 alle 7 a Giovanna, quali sono i veri problemi?

Quanti sono stati creati dalla mente?

Ognuno di noi ha una sua scala di valutazione in merito, prova a focalizzare la tua!

CERCATORI DI PROBLEMI

La cosa su cui riflettere tuttavia è: se alzandosi alla mattina Giovanna avesse avuto il pensiero fisso di un problema grave, magari legato alla sua salute, credi che l’intensità delle preoccupazioni provate nel breve racconto sarebbe stata la stessa?

O tutto si sarebbe ridimensionato?

Può essere allora che la cosa a cui teniamo più è quella di avere sempre dei problemi in testa?

Può essere che se non li abbiamo li creiamo?

Cerchiamo soluzioni o problemi?

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LA PROPENSIONE AL PERDONO

la propensione al perdono

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO GLI ALTRI

Avete presente quando siamo in viaggio su una strada principale e la macchina che ci precede si pianta nel mezzo di un incrocio, perché non sa che strada prendere?

Com’è la nostra reazione spontanea?

Che emozioni ci assalgono?

Quali azioni concrete compiamo?

Qual’è la nostra propensione al perdono?

 

LA PROPENSIONE AL PERDONO VERSO DI NOI

Ora invece pensiamo di essere in una città che non conosciamo e sbagliamo strada: questa volta siamo noi a piantarci in mezzo ad un incrocio perché non sappiamo dove andare.

Come ci sentiamo?

Abbiamo la cognizione che con la nostra manovra stiamo mettendo in difficoltà gli altri automobilisti?

E’ necessario che qualcuno ci strombazzi e ci mandi a quel paese per capirlo meglio o ne siamo assolutamente consci?

Qual’è la propensione al perdono che vorremmo dagli altri?

Preferiamo i BUUU o gli incoraggiamenti?

 

GRANDI IN UNA TERRA DI NANI

La domanda che sorge spontanea allora è: perché quando qualcuno sbaglia qualcosa spesso abbiamo l’arroganza di riprenderlo e di affossarlo?

Cosa pensiamo di ottenere con tale reazione?

Rispetto?

Fargli capire meglio che ha sbagliato?

Vogliamo la sua pelle strisciante ai nostri piedi e che ci chieda scusa?

Quando capita a noi di sbagliare e già ci sentiamo imbarazzati per questo, se ci urlano contro rimediamo meglio è più velocemente all’errore?

A volte siamo sono poco propensi a perdonare un torto ricevuto, ammesso poi che si tratti di un torto! Prendiamo infatti l’esempio del caso dell’automobilista che sbaglia strada (ma ne esistono miriadi di situazioni simili): siamo sicuri che abbiamo subito un torto?

E di che natura?

In molti casi, con la scusa di aver subito un torto, cogliamo l’occasione per mostrarci forti urlando epiteti a chi è in difficoltà; perché è più facile sentirsi importanti quando gli altri sono annichiliti, è più facile sentirsi un gigante in una terra di nani!

Questo apparentemente ci fa sentire migliori ai nostri occhi e pensiamo che le persone che ci vedono in queste reazioni esplosive, convalidino la nostra tesi di validità.

Siamo sicuri di questo?

O è solo uno stereotipo che ci siamo costruiti?

Mostrarsi aggressivi ci fa veramente apparire migliori agli occhi della gente?

 

IL PERDONO

Se a causa di un errore di qualcuno avessimo subito veramente un torto allora siamo in una situazione diversa. Il nostro essere aggressivi è probabilmente legato ad uno stato di difesa personale ed a seconda dei casi può essere più o meno facile perdonare. Non entro nel merito delle più disparate situazione che possono esservi capitate nella vita, dove la rabbia, il dolore per qualcosa di ingiusto subito hanno il loro decorso.

Il concetto di perdono che affrontiamo qui ha a che fare con uno stile di vita generale, perdonare significa lasciare andare che certe cose abbiano avuto un seguito diverso da quello che volevamo. E’ difficile metterlo in pratica con gli altri, ma aimè molto di più applicarlo su di noi.

Fondamentalmente è quasi impossibile avere un buon rapporto con noi stessi, se non riusciamo a perdonarci, se non riusciamo a lasciare andare certi errori che abbiamo commesso.

Qual’è la nostra propensione al perdono?

Se non perdoniamo gli altri, non riusciremo a perdonare nemmeno noi!

Ecco un brano che viene in nostro aiuto su questo argomento: (Vangelo di Luca cap. 6,37) “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato”.

Se lo leggiamo con l’ottica di raggiungere un benessere personale ecco che non giudicate, non condannate, perdonate può essere legato proprio al ragionamento appena fatto:

  • Se giudichiamo, allora ci giudicheremo
  • Se condanniamo, allora ci condanneremo
  • Se perdoniamo allora ci perdoneremo
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